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Il giardino giapponese tra estetica, spiritualità e filosofia

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Uno degli aspetti più sorprendenti dell’architettura tradizionale giapponese è la coerenza dei suoi principi strutturali. Un tempio buddhista colossale come il Tōdaiji a Nara — la più grande struttura in legno del mondo — condivide la stessa costruzione a pali e architravi, la stessa falegnameria lignea e lo stesso impianto modulare basato sul tatami di un modesto appartamento urbano. A differenza delle chiese romaniche o gotiche, che impiegano elementi architettonici distintivi — navate, cupole, absidi — riservati esclusivamente a scopi religiosi, gli edifici giapponesi raramente segnalano la loro funzione attraverso la sola forma strutturale. I giardini tuttavia, sono parte integrante sia degli ambienti sacri che di quelli profani, sebbene con ruoli assai diversi.

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Il giardino come esperienza spirituale

In un tempio buddhista o in un santuario shintoista, il giardino non è semplicemente decorativo, ma parte essenziale dell’esperienza spirituale. Come una chiesa europea può essere dedicata a un santo particolare, con cappelle laterali per figure minori, un complesso templare giapponese è tipicamente incentrato su un padiglione principale che ospita la divinità più importante, circondato da edifici secondari per le figure comprimarie. Queste strutture sono collegate da sentieri, cortili e giardini, in cui piante e pietre svolgono un ruolo fondamentale nella composizione complessiva.

Il rapporto tra architettura e natura in Giappone è profondamente intenzionale. Ciò che si vede dall’interno di un edificio è progettato, realizzato e mantenuto con grande cura da professionisti specializzati.

Gli edifici tradizionali giapponesi si affidano spesso non tanto a finestre fisse quanto a porte scorrevoli (shōji e amado) che si aprono direttamente sul giardino, portando di fatto l’esterno all’interno (le finestre esistono — le katōmado a forma di campana nei templi Zen, o le shitomi con le loro inferiate — ma l’interfaccia primaria con la natura è costituita da queste aperture mobili). Questa integrazione trasforma il giardino in un prolungamento dello spazio abitato: non un dipinto immobile, ma un’opera d’arte vivente che, dall’interno, può sembrare altrettanto presente e immediata.

L’ambiguità tra naturale e artificiale

Per un osservatore europeo, questa sapiente orchestrazione della “naturalezza” può apparire paradossale. Ricordo vividamente la mia prima visita a un giardino giapponese all’interno di un tempio buddhista. Era a Ninna-ji, un tempio meno noto di Kyoto. A differenza dei famosi giardini di rocce dei templi Zen — spesso ciò che i visitatori occidentali immaginano — questo giardino era lussureggiante e verde, con vegetazione su molteplici scale: alberi, arbusti, fiori, muschi e persino alghe.

Era agosto, nel pieno della torrida estate giapponese, e le cicale uscivano dalle loro larve solo per morire a frotte. Una cicala giaceva proprio davanti a me, collocata così perfettamente che per un momento mi chiesi se fosse morta spontaneamente o disposta lì a scopo decorativo.

Scartai subito l’ipotesi — i giardinieri giapponesi raramente sistemano insetti morti — ma il solo fatto di essermi dovuto fermare a rifletterci mi rivelò qualcosa di essenziale. In un giardino giapponese, persino il disfacimento può sembrare così deliberatamente incorniciato che il confine tra il naturale e l’artificiale si dissolve. Quell’ambiguità non mi ha più abbandonato, accompagnandomi in ogni visita successiva.

Giardino giapponese Vs giardino europeo

Questa ambiguità si avverte raramente in un luogo come Versailles. Là, la bellezza dei giardini è inconfondibilmente umana, dichiarata nella geometria intricata delle aiuole e dei viali, nelle linee rette delle siepi e dei sentieri. Per gli europei, la geometria ha a lungo simboleggiato ordine, prevedibilità e sicurezza — un modo di comprendere e dominare il mondo.

Nel giardinaggio giapponese, al contrario, la simmetria formale è largamente evitata; l’asimmetria è apprezzata per la sua capacità di evocare crescita organica e incompletezza. (La simmetria compare nell’architettura giapponese e nelle piante urbane a griglia delle antiche capitali come Kyoto e Nara, ma nel giardino viene deliberatamente sovvertita.) Il risultato è un giardino che a prima vista sembra naturale, ma che è in realtà costruito con altrettanta cura di un giardino zen di pietre.

Il giardino shintoista e il bosco sacro

In un santuario shintoista, il giardino tende a evocare il bosco sacro (chinju no mori) — uno spazio che canalizza i kami, gli spiriti che si ritiene risiedano in alberi, rocce e cascate straordinari. Ad Hakone Gongen, uno dei complessi santuariali più antichi di Honshū, un singolo cipresso giapponese (sugi) rende l’idea con più forza di qualsiasi descrizione. Il tronco è interamente ricoperto di muschio, il che gli conferisce la qualità del tempo geologico — sembra meno un albero vivente che qualcosa che è sempre stato lì, che precede la memoria umana. Le radici si gonfiano fuori dal suolo come se fossero ancorate a qualcosa di più profondo della terra.

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Accanto si erge una piccola lanterna laccata di rosso, geometrica e di scala umana. Invece di sminuire l’albero, la lanterna lo misura: il contrasto rende l’età e la presenza dell’albero più leggibili, non meno. E la funzione della lanterna — segnare un confine sacro, illuminare un sentiero — conferma silenziosamente che quest’albero non è semplicemente vecchio, ma designato: riconosciuto, nominato, incluso in un quadro rituale.

Questa è la dinamica del chinju no mori in miniatura. Il bosco non è natura selvaggia. È natura selvaggia che è stata vista, nominata e curata — ed è per questo che le radici ricoperte di muschio e la lacca rossa appartengono allo stesso inquadratura senza contraddizione.

Questi boschi sacri sono meticolosamente gestiti per sembrare primordiali, ma non sono meno curati di un giardino templare. La differenza fondamentale risiede nell’intenzione: il giardino shintoista enfatizza l’immanenza dell’energia spirituale nel mondo naturale.

Il giardino come strumento di meditazione

Il giardino di un tempio buddhista è invece tipicamente più addomesticato. La sua funzione principale è spesso quella di favorire la meditazione, servendo come strumento di introspezione piuttosto che come canale diretto per i kami.

Sarebbe però un errore definire tali giardini “privi di potere intrinseco.” Nei giardini zen di rocce, le pietre stesse sono cariche di significato simbolico — spesso rappresentano il monte Shumisen, l’asse del cosmo buddhista. Nei templi della Terra Pura, i giardini erano concepiti come microcosmi del paradiso, con stagni e isole che evocavano un regno di rifugio spirituale. La differenza non riguarda tanto la presenza o l’assenza di potere quanto il modo in cui quel potere viene articolato: nello shintoismo come energia immediata del paesaggio; nel buddhismo come strumento sapientemente costruito per favorire il risveglio.

Col tempo, seduti in un giardino di un tempio buddhista, il giardino stesso può dissolversi dalla percezione consapevole, diventando sfondo alla meditazione. Ma quell’affievolirsi è esso stesso segno del suo successo — un’opera d’arte vivente che, alla fine, rimanda oltre se stessa.

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