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Bonsai oggi, lo stato dell’arte

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I nuovi media ci obbligano a riconsiderare l’equazione tradizionale tra cultura e oggetti: poiché la distribuzione di tutte le forme culturali si basa ormai sui supporti tecnologici, ci stiamo “interfacciando” con dei dati prevalentemente culturali, testi, foto, con ambienti virtuali e con la recente AI (Artificial Intelligence).

In sostanza, ci stiamo rapportando con una cultura codificata in forma digitale. Interfaccia fra uomo-cellulare: cultura? L’interfaccia uomo-social ha sviluppato un suo modo di organizzare le informazioni, di presentarle all’utente, di mettere in correlazione spazio e tempo e di strutturare l’esperienza umana nell’accesso alle informazioni.

Il libro e la carta stampata rimangono, non sappiamo per quanto tempo, il mezzo tradizionale della cultura e della sua trasmissione. Il libro è un oggetto solido composto dalle pagine, può essere oggetto di svariate azioni, ha il vantaggio di una presenza manuale permanente; la sua metafora è una finestra che si apre su uno spazio virtuale.

Bonsai e rivoluzione digitale: tra informazione e perdita di qualità

Il mondo del bonsai ha risentito di questa rivoluzione, purtroppo a scapito della corretta e precisa informazione e della sua qualità. L’informazione sul web è “volatile”, impermanente. Il concetto di forma come persistenza del modello e non come modellazione retorica della realtà, diviene proposizione di modelli di tipo “mentale” e non concreto, per il quale una rappresentazione di uno Stile non è una forma, ma la forma diviene rappresentazione intrinseca del bonsaista.

Questo principio consente maggiore libertà all’arte del bonsai e lascia largo margine ad una intelligenza attiva, quanto criticamente selettiva della forma dell’albero, coerentemente sorretta dalla conoscenza degli Stili. Lo scrupolo alto di una finitezza artigiana che tutela l’immagine della pianta dalle fredde strettoie del risultato meramente arido esalta la forte qualità del segno, il senso delle luci e delle ombre, dei vuoti sui pieni, la ricerca del simbolo dell’albero nell’intricata babele delle forme.

Tempo, percezione e identità del bonsai

Il bonsaista è mosso da una sottile ideologia del tempo o della temporalità come fenomenologia di un divenire mentale. Le immagini dell’albero devono prestarsi ad una filtrazione ideativa ed interpretativa fortemente creativa che lo sottragga alle sedimentazioni di un vedere (gli Stili) conosciuto ed abitudinario, spesso privo di anima ed emozioni.

Il bonsai non è la replica di un altro.

Il paragone o l’emulazione con gli esemplari giapponesi regge fino ad un certo punto. L’identità stilistica occidentale dovrebbe essere altro.

Estetica giapponese e bellezza dell’imperfezione

In Giappone gli ideali estetici sono talmente avvolti nel mistero, talmente impalpabili da sfuggire ad ogni spiegazione. Anche nell’Impero del Sol Levante si preferisce non dare alcuna spiegazione ai precetti della filosofia orientale.

Si scopre tutta la bellezza che si trova nei dettagli, negli oggetti umili, apparentemente insignificanti. La bellezza negli oggetti imperfetti: si percepisce la loro condizione naturale. Il segreto del bonsai consiste nella capacità di trarre ispirazione ed armonia dalla Natura e dalla sua spontaneità. La bellezza è una forma di cultura.

Il concetto che per gli occidentali è riuscito più difficile da assimilare è quello del Vuoto. Il Vuoto non è mancanza, ma una ricerca di semplicità assoluta. I contorni del Vuoto sono da riempire. Il Vuoto è una tregua per l’occhio e per la mente.

Bellezza, percezione e armonia delle forme

Nel bonsai un primo contrasto apparente è quello fra bellezza e percezione sensibile.

La bellezza è effettivamente percepibile, ma non completamente, perché non tutto di essa si esprime nelle forme sensibili: ci troviamo di fronte ad una forbice fra apparenza e bellezza. È soltanto alla forma visibile del bonsai che si applica la definizione di bello come ciò che piace ed attrae.

I bonsaisti occidentali parlano di sezione aurea come principio del rettangolo armonico, applicato alle composizioni architettoniche e pittoriche. È considerato perfetto perché riproducibile all’infinito. La bellezza non risiede nei singoli elementi della pianta, ma nell’armonica proporzione delle parti, nelle proporzioni dei rami primari rispetto a quelli secondari, del fusto, dell’altezza, della massa fogliare, di tutte le parti in relazione alle altre.

Incompletezza, evoluzione e maturazione del bonsai

L’apparente “incompletezza” del bonsai è dovuta al fatto che non sarà mai definito perché in continua evoluzione e soggetto sempre a rivisitazioni da parte del bonsaista, che lo rende ancora più affascinante ed interessante. Questo dà la conferma che ci sia spazio per una continua maturazione.

Queste riflessioni, che riguardano l’evoluzione stilistica del bonsai e la sua crescita, presuppongono (e sarebbe fortemente auspicabile) un confronto fra le parti. Allo stato attuale, si può parlare di maturazione stilistica del bonsai?

Cos’è l’aura estetica del bonsai?

In questo caso si parla di un’opera unica di un certo livello: l’aura è quell’alone che circonda la pianta con l’idea di unicità e specificità dell’“opera bonsai”. Immanuel Kant non ha un’idea dell’esperienza estetica come “contemplazione pura e disinteressata”: l’esperienza estetica ha a che fare non solo con il piacere ma con tante altre cose. In essa c’è uno stretto rapporto fra il “bello” ed il pensare, tra le rappresentazioni dell’immaginazione ed i concetti, tale da produrre infinite conoscenze e pensieri, pur senza ridursi a questo o quel contenuto determinato.

Naturalezza e interpretazione

Il comportamento corretto per accostarsi al bonsai va attuato nello spogliarsi di tutti i modi di conoscenza, perché l’esperienza (che si accumula soltanto nel tempo e non precorrendo i tempi) include oltre all’emozione, al piacere e alla formazione conoscitiva, anche consapevolezza critica e valutazioni stilistiche: processo in cui devono essere impegnate tutte le facoltà del bonsaista.

Alla base di tutto ciò vi è il primo impatto che consiste nell’analisi in termini strutturali della pianta ed il suo futuro in termini di stile, dando alla fine il risultato che dovrebbe essere di naturalezza e di interpretazione del soggetto che rispetti l’andamento che ha in natura e che non sia stereotipato, imbastardendolo con stili che non ne rispettano la forma assunta in natura e nel proprio habitat. Il progetto del bonsaista va inteso entro i limiti che la materia e la specie della pianta impongono. La presunzione di volere trasferire o stravolgere la natura di un albero non si concilia con il concetto di naturalezza, cioè la qualità di ciò che è in natura.

Il rischio dell’omologazione stilistica

Se non adeguatamente interpretati, gli stili codificati dagli orientali si trasformano in una meccanica ripetizione che stravolgerà la pianta facendole assumere aspetti grotteschi. La ripetizione degli stili porta al rischio della logica del “copia e incolla”, tanto per dirla in termini informatici.

Le mostre bonsai sono spesso un esempio di distorta interpretazione: l’olivo, per esempio, assume sempre più l’aspetto di una conifera, perdendo la propria identità naturale e la propria natura selvaggia. Bonsai male interpretati concorrono negativamente alla qualità estetica del bonsai, appiattendone l’immagine fino a renderla ripetitiva e priva di pathos.

Così l’omologazione degli stili rischia di diventare sterile esibizione di tecniche perfette, ma esercizio ripetitivo che spersonalizza la pianta e non suscita emozioni.

Credibilità della forma e percezione del bonsai

Il rischio è reale: le mostre finiranno per offrire soggetti simili tra loro, belli ma privi di emozione.

Il lavoro del bonsaista con una conifera è spesso più agevole, mentre le latifoglie risultano più difficili da interpretare, ma proprio per questo più autentiche. I difetti possono diventare una caratteristica estetica che rientra nella naturalezza e nella spontaneità. Non dimentichiamo il fenomeno dell’“instant bonsai”, dove il tempo lento del bonsaista viene sostituito dal “tutto pronto e subito”.

Un olivo con la chioma della conifera non può essere credibile e contraddice la forma naturale della pianta. La forma dell’albero non è uniforme né ripetitiva: quando si parla di “albericità”, come hanno fatto i grandi bonsaisti del passato, si parla di forma coerente con l’essenza e con la naturalità.

Contemplazione ed esperienza estetica

Un bonsai richiede sempre un atto contemplativo che generi profondità di senso e conoscenza. La contemplazione estetica è conoscenza della pianta stessa. Nell’osservazione avviene una sorta di rivelazione, una sensazione di scoperta che nasce dall’attenzione esclusiva per l’oggetto osservato.

La relazione tra apparenza naturale e apparizione trascendente definisce una tensione estetica che si rinnova ogni volta che si osserva un bonsai. In sintesi: parliamo di credibilità della forma e della sua capacità di apparire coerente con la Natura.

Il ruolo delle associazioni e il futuro del bonsai

Il concetto di percezione della forma del bonsai non può essere ambiguo. Quando osserviamo un bonsai anche nel tokonoma, dobbiamo distinguere il suo essere dal suo essere bello.

L’analisi estetica precede l’attrazione emotiva: prima comprendiamo la forma, poi la valutiamo. La forma del bonsai diventa così credibile, reale, autonoma, regolata da leggi proprie. Questa credibilità nasce dalla conoscenza delle tecniche, delle essenze e della struttura naturale della forma. Il bonsai, in questa prospettiva, è a pieno titolo un prodotto dell’arte.

Sono necessari dibattiti, confronti e collaborazione tra associazioni e club. Il bonsaismo associativo ha bisogno di nuovi stimoli e maggiore credibilità, evitando derive legate a titoli, attestati o auto-proclamate qualifiche.

La Via del bonsai non è breve: è un percorso lungo, fatto di studio ed esperienza sul campo. Infine, per noi, il bonsai “bello” è una nozione valutativa: non esistono bonsai brutti, perché ciò che non è coerente con questi principi semplicemente non è bonsai.

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