Sono le 16:43 di mercoledì 30 luglio quando mi arriva uno di quei messaggi che non vorresti mai leggere. È breve, essenziale, uno di quelli che non urlano ma ti scavano dentro:
«Una brutta notizia… è mancato oggi Giovanni Genotti. Uno dei pionieri del bonsaismo in Italia».
Resto fermo. È strano come alcune parole possano riempire una stanza di silenzio. Non un silenzio vuoto, ma uno di quelli densi, che ti costringono a sederti, respirare e… ricordare. Un nodo alla gola, e d’improvviso una tristezza profonda mi avvolge, perché se oggi cammino lungo il sentiero del bonsai, è anche grazie a lui, a quell’uomo che – senza saperlo – ha tracciato i miei primi passi.
Era il 1988. Mio padre, vedendo il mio entusiasmo per il bonsai, tornò a casa con un libro dalla copertina rigida con su stampato un bonsai di acero: “Bonsai. L’arte di coltivare gli alberi in miniatura”, di Giovanni Genotti. Non potevo immaginare, allora, quanto quelle pagine avrebbero segnato il mio percorso. Quel volume è ancora con me oggi; malridotto, logorato dal tempo, segnato da macchie d’acqua, graffi, perfino da qualche disavventura domestica con gli animali di casa. Eppure, resiste… lì, come un testimone silenzioso di un amore che non si è mai affievolito.
Nel 2009 ebbi l’occasione di incontrarlo. Ricordo ancora l’emozione di portare con me quel libro, ormai vissuto, insieme a un altro dei suoi testi (Il bonsai in Italia), per farmeli autografare. Ma rammento anche tutto il mio imbarazzo: io, così maniacale coi miei libri, gli stavo porgendo un volume rovinato, segnato dal tempo e dalla vita. Mentre gli raccontavo la storia di quel dono di mio padre, e del perché fosse ridotto così, lui mi ascoltava sorridendo… quel sorriso paterno, indulgente, di chi non giudica, ma comprende. Firmò quelle pagine senza esitazione, e in quel gesto semplice, che per lui era solo cortesia, io vidi un’affettuosa benedizione.
Nello scrivere e nel rileggere queste poche righe, mi rendo conto di come mi sia lasciato prendere la mano nel ripercorrere ricordi che probabilmente non vi susciteranno nulla (quasi certamente siete già andati avanti in qualche punto più interessante), ma questa è cifra del legame, di quella specia di venerazione che avevo per il Professor Genotti, che oggi è parte della mia storia. Credo che chiunque lo abbia incontrato – anche solo attraverso le sue opere – sappia cosa intendo. Apparteneva ad una razza rara, un vero Maestro d’altri tempi. I suoi insegnamenti sono incisi nella storia del bonsaismo italiano come radici profonde che, invisibili ma indistruttibili, continuano a nutrire generazioni di appassionati e a dare forma al silenzioso dialogo tra uomo e albero. Chi oggi coltiva bonsai – consapevolmente o meno – gli deve molto.
Uno dei pilastri dei suoi insegnamenti era la naturalezza. Combatteva – e il termine non è eccessivo – contro i bonsai “ferrati”, quelli ancora avvolti in metri di filo persino nelle mostre. Per lui, la filatura era uno strumento, non una prigione: serviva nella fase formativa, ma un vero bonsai, pronto per essere esposto, doveva esserne libero.
Nell’aprile del 2022, al Congresso IBS a Rivoli, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, disse:
«Potrei raggruppare gli esemplari esposti in tre gruppi: il primo formato da piante ancora totalmente posizionate con tutori, il secondo da quelle parzialmente libere e le restanti, prive di ogni sostegno e perciò aventi ormai la loro personalità.
Al secondo gruppo appartengono piante che diventeranno veri bonsai quando il tempo permetterà loro di raggiungere un equilibrio.
L’armonia raffinata del terzo gruppo è continuamente rinnovata, ma sempre equilibrata, nell’alternarsi di spazi vuoti e pieni che si formano con la via che scorre, nel mantenimento della forma.
[…] Concludo augurando che ogni bonsaista, osservando il proprio lavoro, possa godere momenti di vuoto di personalità, che aiutano a partecipare alla crescita stessa dei propri bonsai e di sé stessi».
In queste parole c’è il suo manifesto. La naturalezza, il rispetto del portamento dell’albero, la capacità di far emergere la sua essenza unica: ciò che io amo definire “albericità”.
«Ritengo che ogni pianta possa diventare un bonsai armonioso soltanto col trascorrere del tempo e con corrette cure di mantenimento, poiché fa propria la forma imposta e la adatta alle esigenze della sua natura».
Ed ancora:
«Il bonsai ti conquista per l’armonia e l’equilibrio che sono propri della sua specie. Con le sue piccole dimensioni ti si avvicina e quasi chiede protezione. Con la sua annosità (reale o apparente) esprime la saggezza di chi ha conosciuto il trascorrere della vita. Ti fa sentire piccolo e impotente. Con la sua armonia ti spinge all’autocritica, alla pazienza ed al rispetto di ciò che ti circonda».
Altro suo storico “cavallo di battaglia” era il tema dell’oggettività e di un metro di giudizio unico per i giudici. Da uomo saggio e lungimirante qual era, aveva compreso sin da subito che le manifestazioni e le mostre sono fondamentali per dare un indirizzo al bonsai, definendo attraverso un corretto metro di giudizio, ciò che è bonsaisticamente valido da ciò che non lo è. Invece, oggi più che mai, in Italia si preferisce sempre più inondare le mostre con i premi, la maggioranza delle volte assegnati per dei criteri e delle motivazioni che tutto hanno a che fare tranne che per la reale valenza estetica ed espositiva del bonsai. Per Genotti, un premio non era una medaglia da distribuire, ma un faro che doveva indicare la rotta.
Ed a proposito di premi e riconoscimenti, è stato per me un vero onore – insieme al caro amico Emilio Capozza – essere il promotore di un tributo speciale a lui dedicato proprio durante quel Congresso, siglato dalle più importanti associazioni nazionali italiane. Un gesto semplice, ma carico di significato col quale abbiamo voluto rendere omaggio a una figura che ha lasciato un segno indelebile, un uomo che, con pazienza e dedizione instancabile, ha portato in Italia il bonsai e con esso il respiro delle arti giapponesi, quando ancora quel termine era quasi sconosciuto, fragile come un seme appena deposto nella terra.
Poter consegnare un riconoscimento concreto a chi ha aperto la strada a intere generazioni di appassionati è stato un privilegio che va oltre le parole. Non era solo una targa: era un abbraccio collettivo, un atto di riconoscenza che ha toccato il cuore mio (ahimé non fisicamente presente) e di tutti i presenti.
Sponsorizzare quella targa è stato per noi un onore immenso. Tra incontri, sguardi e mani che si stringevano, ciò che resterà per sempre inciso nella memoria è stato il momento in cui Emilio ha consegnato al Maestro il “kokoro” 心: un kanji che racchiude l’essenza più intima dell’essere umano, la fusione di cuore, mente e spirito. Un segno semplice e potente, capace di unire simbolicamente tutti coloro che amano il bonsai e le arti giapponesi in un sentire comune.
La targa, impreziosita dalla calligrafia di Patrizia Fallani – raffinata praticante di Shodō e allieva del Maestro Norio Nagayama – è divenuta un’opera d’arte. Il suo studio meticoloso del kanji e la sua sensibilità hanno trasformato un semplice kanji in una vibrazione, un’emozione tangibile capace di parlare al cuore. Consegnarla al Professor Genotti non è stato solo un atto formale: è stato un dono carico di gratitudine, un tributo che dice “grazie” con la lingua universale della bellezza.
Quel momento, sospeso tra memoria e riconoscenza, non è stato soltanto una cerimonia: è stato un frammento di storia che resterà scolpito per sempre – come un bonsai che cresce lento ma inarrestabile – nella memoria del bonsaismo italiano.
Viviamo in un’epoca che dimentica in fretta, ma chi ama davvero quest’arte sa che il bonsai non cresce in un giorno, e nemmeno la memoria di un Maestro si spegne in una stagione. Genotti ci ha lasciato libri, sì; frasi, insegnamenti, regole. Ma soprattutto, ci ha lasciato una direzione, una bussola che, se impari a usarla, non ti inganna mai. Ci ha insegnato che il bonsai non è possesso, è relazione, e che in quella relazione, alla fine, ci ritroviamo sempre più veri.
Ringraziare chi ha tracciato la strada non è solo un gesto di cortesia: è un atto di verità. È riconoscere che ogni bonsai che oggi modelliamo, ogni ramo che pieghiamo, ogni armonia che contempliamo… porta, anche solo in un dettaglio invisibile, la mano di chi è venuto prima di noi.
Oggi, mentre penso a lui, rivedo quel ragazzo che nel 1988, seduto con il suo libro tra le mani, non sapeva nulla, non immaginava nulla… eppure, senza accorgersene, aveva appena incontrato il Maestro che lo avrebbe accompagnato per una vita intera.
Grazie Professor Genotti, per la tua voce calma, il tuo rigore gentile, il tuo amore ostinato per la libertà degli alberi. Grazie, perché, senza saperlo, ci hai insegnato che anche noi come i bonsai, abbiamo bisogno di radici salde e di rami liberi.
Se oggi ti salutiamo, non è un addio.
Perché le radici, Maestro… quelle, non si vedono… ma sono loro che tengono in piedi la foresta.
Con affetto e gratitudine infinita,
Carlo Scafuri
