Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, invece, sembrano aprire una porta che conduce altrove: verso luoghi che esistono davvero e che, tuttavia, conservano qualcosa di irreale; verso paesaggi capaci di sembrare usciti da un sogno; verso mondi immaginari che, proprio perché nascono dalla realtà, finiscono per apparire sorprendentemente autentici.
La ragazza che amava Miyazaki (Einaudi ragazzi, 2024, pp. 320, € 15,50), scritto da Silvia Casini, Raffaella Fenoglio e Francesco Pasqua e pubblicato da Einaudi Ragazzi, appartiene a questa seconda categoria.
È un libro che parla di Hayao Miyazaki e del suo universo creativo, ma che non si limita a raccontare l’amore di una ragazza per il grande regista giapponese. Attraverso la protagonista Sofia, il romanzo costruisce un viaggio fatto di luoghi, incontri, ricordi e scoperte, nel quale il confine tra realtà e immaginazione diventa progressivamente sempre più sottile.
Al centro di questo percorso c’è Valvento, un borgo immaginario che sembra appartenere a un mondo fantastico e che, allo stesso tempo, affonda le proprie radici in un luogo reale: Civita di Bagnoregio. Ed è proprio nell’incontro tra questi due luoghi — uno immaginario, l’altro reale — che si trova una delle chiavi più interessanti del libro.
Valvento e Civita di Bagnoregio: quando un luogo reale diventa immaginazione
Civita di Bagnoregio è uno dei luoghi più sorprendenti del paesaggio italiano. Sospesa su uno sperone di tufo e collegata alla terraferma da un lungo ponte, la cosiddetta “città che muore” sembra vivere in una dimensione propria. I vicoli stretti, le antiche case in pietra, le piazze silenziose e il paesaggio modellato dall’erosione contribuiscono a creare un’atmosfera difficilmente riconducibile alla quotidianità.
Civita sembra reale, naturalmente. Ma è una realtà che possiede già qualcosa di fantastico, ed è forse proprio per questo che può diventare Valvento. Nel romanzo, il borgo immaginario non è semplicemente un’ambientazione. È un luogo dotato di una propria identità, capace di influenzare il percorso della protagonista e di diventare parte integrante della storia. Le valli, i dirupi, i paesaggi e la natura che lo circondano contribuiscono a costruire un’atmosfera sospesa, nella quale ogni elemento sembra custodire una storia.
Valvento è, in questo senso, un luogo di passaggio… tra il reale e l’immaginario… tra ciò che conosciamo e ciò che ancora dobbiamo scoprire. Tra il mondo esterno e quello interiore… ed è questa ambiguità a renderlo così affascinante.
L’ombra di Miyazaki: Laputa, La città incantata e Nausicaä
Parlare di La ragazza che amava Miyazaki significa naturalmente parlare dei mondi creati dal regista giapponese, ma Valvento non è la semplice trasposizione di un singolo universo cinematografico e non rappresenta esclusivamente un omaggio a Laputa – Castello nel cielo.
Il borgo immaginario sembra piuttosto raccogliere suggestioni diverse dell’opera di Miyazaki. C’è qualcosa di Laputa nella sua dimensione sospesa, nella sensazione che il mondo possa essere osservato da una prospettiva diversa e nel rapporto complesso tra civiltà, tecnologia e natura.
C’è qualcosa de La città incantata nel modo in cui il quotidiano può improvvisamente aprirsi verso l’inspiegabile, trasformando un luogo apparentemente ordinario in uno spazio popolato da misteri, presenze e possibilità… e c’è qualcosa di Nausicaä della Valle del vento nella centralità attribuita alla natura e nella consapevolezza che il rapporto tra l’essere umano e l’ambiente non possa essere ridotto a una semplice contrapposizione tra progresso e conservazione.
Il riferimento a Hayao Miyazaki, quindi, non è soltanto estetico, ma è soprattutto culturale. Il suo cinema diventa una chiave attraverso la quale osservare il mondo, un modo per ricordarci che la natura non è uno sfondo, che la crescita non è sempre lineare e che anche ciò che appare fragile può possedere una forza straordinaria.
Sofia e il viaggio verso la propria identità
Il vero viaggio raccontato nel libro, tuttavia, è quello di Sofia.
Valvento, il Giappone e tutti i luoghi attraversati dalla protagonista rappresentano tappe di un percorso più profondo, quello della scoperta di sé. La ragazza si confronta con le proprie paure, con i propri desideri e con le domande che accompagnano ogni percorso di crescita. Il viaggio fisico diventa così il riflesso di un viaggio interiore.
Sofia non si limita a visitare luoghi nuovi, li attraversa, e così facendo, cambia! Questa è forse una delle caratteristiche più interessanti del romanzo, il modo in cui la geografia esterna diventa una forma di geografia interiore. Ogni luogo contribuisce a costruire la protagonista, così come ogni incontro e ogni esperienza la aiutano a comprendere qualcosa in più di se stessa.
In questo senso Civita di Bagnoregio diventa molto più di una fonte d’ispirazione visiva. La sua storia, la sua fragilità e il suo rapporto con il tempo offrono un’immagine potente del cambiamento. La città che lentamente si trasforma, consumata dall’erosione, diventa quasi una metafora della memoria e dell’identità, qualcosa che non rimane mai completamente immobile, ma che continua a modificarsi mentre cerca di conservare ciò che è stato.
La natura come presenza viva
Uno dei legami più profondi tra il romanzo e l’universo di Hayao Miyazaki riguarda il modo di rappresentare la natura.
Nei film del regista giapponese, la natura non è mai soltanto un paesaggio ma è una presenza che ha una memoria, una forza, una dimensione misteriosa. Può essere accogliente e minacciosa, fragile e potentissima, ma soprattutto non è separata dall’essere umano, ne rappresenta una parte inseparabile.
Anche in La ragazza che amava Miyazaki il paesaggio assume un ruolo fondamentale. Valvento non sarebbe lo stesso luogo senza i suoi panorami, le sue valli, la sua luce e il continuo mutare delle stagioni. La natura accompagna il viaggio di Sofia e contribuisce a creare il tono emotivo della narrazione.
È un modo di guardare il paesaggio che appartiene profondamente alla sensibilità giapponese e che, allo stesso tempo, può trovare una sorprendente corrispondenza nella cultura italiana. Civita di Bagnoregio, con la sua bellezza e la sua fragilità, ne è un esempio perfetto. La sua esistenza ricorda che ogni paesaggio è qualcosa di vivo e che la bellezza non è necessariamente eterna. Al contrario, proprio la consapevolezza della sua precarietà può renderla ancora più intensa.
Il Giappone come luogo dell’anima
Se Valvento rappresenta il punto d’incontro tra realtà e fantasia, il Giappone rappresenta per Sofia qualcosa di ancora diverso. È il luogo del desiderio… sognato, immaginato e finalmente attraversato.
Nella seconda parte del libro il Giappone entra nella storia attraverso i suoi paesaggi, i suoi templi, le sue tradizioni e i suoi elementi naturali. Ma non è soltanto un paese da visitare, è un luogo dell’anima. Quello che Sofia incontra è anche il Giappone dell’immaginario, quello costruito attraverso i film di Miyazaki e attraverso una cultura capace di attribuire un valore profondo ai dettagli, alle stagioni e alla trasformazione, e in questo contesto i fiori di ciliegio assumono un significato particolarmente importante.
La fioritura dei sakura è spettacolare proprio perché è temporanea. La sua bellezza è inseparabile dalla sua brevità, ed è qui che il libro incontra uno dei temi più profondi della sensibilità giapponese: la consapevolezza che ogni cosa sia destinata a cambiare e che proprio questa impermanenza possa rendere ogni istante più prezioso.
La bellezza non è soltanto ciò che dura, a volte è ciò che sappiamo guardare prima che scompaia.
Un libro per ragazzi che parla anche agli adulti
La ragazza che amava Miyazaki è certamente un libro destinato ai giovani lettori, ma la sua forza risiede anche nella capacità di parlare a chi giovane non lo è più, perché il viaggio di Sofia è un viaggio che appartiene a tutti. Tutti, prima o poi, ci troviamo davanti alla necessità di comprendere chi siamo, da dove veniamo e verso quale direzione desideriamo andare.
Tutti abbiamo luoghi che rappresentano qualcosa di più di una semplice posizione geografica, e tutti, forse, abbiamo avuto — o abbiamo ancora — un mondo immaginario capace di aiutarci a comprendere meglio quello reale.
Nel caso di Sofia, questo mondo è quello di Miyazaki, ma il libro suggerisce qualcosa di più ampio: che l’immaginazione non sia una fuga dalla realtà, bensì uno degli strumenti attraverso i quali possiamo imparare a guardarla.
La realtà ha bisogno della fantasia
Il valore più interessante de La ragazza che amava Miyazaki sta probabilmente proprio qui, nel suo rifiuto di separare rigidamente realtà e fantasia. Valvento nasce da un luogo reale. Il Giappone reale dialoga con quello immaginato attraverso il cinema. La natura concreta dei paesaggi si intreccia con quella fantastica dei mondi di Miyazaki, e tutto questo confluisce nel viaggio di una ragazza che, cercando qualcosa al di fuori di sé, finisce per scoprire qualcosa dentro di sé.
È una struttura narrativa che ricorda una verità semplice ma spesso dimenticata, ovvero che l’immaginazione non ci allontana necessariamente dal mondo, a volte ci insegna a guardarlo meglio!!!
Civita di Bagnoregio può diventare Valvento… un film può diventare una porta verso una cultura lontana… un viaggio può trasformarsi in un percorso di crescita… e un libro può ricordarci che il mondo, anche quello che crediamo di conoscere, conserva sempre una parte misteriosa.i sorprenderci.







