Van Gogh e il wabi-sabi. Giappone e japonisme

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Caro Theo, è stata una settimana di serrato e duro lavoro nei campi di grano in pieno sole: ne sono venuti studi di messi, paesaggi e uno schizzo di seminatore. Su di un campo arato, un grande campo di zolle viola, sale verso l’orizzonte un seminatore in azzurro e bianco. All’orizzonte un campo di grano maturo. Sopra tutto, un cielo giallo con un sole giallo. Dalla sola nomenclatura delle tonalità, senti che il colore gioca in questa composizione un ruolo importantissimo. Così lo schizzo in quanto tale – tela da 25 – mi tormenta molto nel senso che mi chiedo se non si debba prenderlo sul serio e farne un quadro formidabile. Dio mio quanto mi piacerebbe! Il fatto è che non so se avrei la forza di esecuzione necessaria. Metto da parte lo schizzo così com’è, non osando quasi pensarci. Già da tempo desideravo fare un seminatore, ma i desideri che coltivo da tempo non si realizzano sempre.[…] tuo Vincent

Vincent Van Gogh

Le lettere che Vincent Van Gogh scrive al fratello, o ai conoscenti, sono di vitale importanza per comprendere il profondo studio che il pittore olandese fece sui colori e le forme, ma soprattutto per capire come lui rimase folgorato e affascinato da un mondo che si trovava dall’altra parte del globo terreste: il Giappone.

I primi manufatti giapponesi arrivarono in Europa grazie all’olandese Compagnia delle Arti Orientali, ma solo successivamente si ebbe la comparsa, nei quadri di James McNeill Whistler, di elementi di ispirazione nipponica.

Il Giappone affascinava gli europei e, con l’apertura diplomatica e commerciale prima con Gli Stati Uniti e, successivamente, con i Paesi Bassi, Russia, Gran Bretagna e Francia, si iniziarono a formare piccoli musei o biblioteche con sezioni legate alla cultura giapponese.

Il movimento culturale “Japonisme”

Stava nascendo il “japonisme“, movimento culturale che avrebbe coinvolto scrittori, pittori, scultori, le arti decorative e il mondo dello spettacolo. Parigi, soprattutto, sarà il luogo in cui si elaborerà il mito della cultura artistica giapponese.

Nei quadri dei pittori iniziano a comparire riferimenti e stli giapponesi a partire da Monet e il suo interesse verso i fenomeni della natura che, paradossalmente, negli anni finali lo porteranno verso una disgregazione della forma in contrapposizione assoluta alla precisione cromatica e di linee delle stampe giapponesi. Eppure mai antitesi sarà più similare allo studio e al rispetto della natura come si può evincere confrontando l’opera di Hiroshige “Recinto del Santuario Tenjin” con il quadro di Monet “Lo stagno delle ninfee”.

Se tutti i pittori si documentavano visivamente e culturalmente sul mondo del Giappone, da Degas a Toulouse-Lautrec, ce ne fu uno in particolare che non solo lesse tutto ciò che reperiva dai saggi, ai libri, a riviste quali “Le Japon Artistique”, ma cercò persino di ricreare un gruppo di lavoro stile giapponese con Gauguin (che, come sappiamo, ebbe esiti disastrosi). In una lettera Van Gogh infatti scriveva:

[…] gli artisti giapponesi praticano spesso degli scambi. Ciò prova che essi si apprezzano e tengono molto l’uno all’altro e che fra essi regna una certa armonia; e che vivevano proprio in una specie di confraternita e non in mezzo agli intrighi. Più cercheremo di somigliare a loro sotto questo aspetto, e meglio ci troveremo. Pare che i giapponesi guadagnassero molto poco e che vivessero come semplici operai.

Nel 1885 Van Gogh ad Anversa osservando i moli del porto scrive che:

Laggiù si potrebbe fare di tutto: vedute della città, figure di ogni sorta, le navi come protagoniste, con acque e cielo di un grigio delicato, ma soprattutto giapponeserie. Voglio dire che le figure sono sempre in azione, si vedono nell’ambiente più strano, tutto è formidabile, e si presentano sempre dei contrasti interessanti.

Questo pensiero gli attraversa la mente perché aveva iniziato a comprare e studiare le stampe giapponesi che sarebbero state destinate a rivoluzionare il suo mondo pittorico. Infatti assorbì, da queste immagini, le idee e le cromie spesse realizzate sia dando spazio al puro colore nella più assoluta luminosità sia recuperando il segno grafico nero, sia cercando di ottenere l’effetto della carta giapponese o prendendo ispirazione anche dalle immagini di Hokusai.

Per Van Gogh tutto è fonte di ispirazione e studio come, per esempio la copertina di “Paris Illustré” che gli ispirò il quadro Japonaiserie: Oiran.

Hiroshige “Improvvisamente acquazzone sul grande ponte” – Van Gogh “Japonaiserie ponte sotto la pioggia”

Hiroshige “L’albero di susino nella casa del tè a Kameido” – Van Gogh “Japonaiserie susino in fiore”

Van Gogh anche nella ritrattistica iniziò a inserire gli stilemi grafici e cromatici che traeva dall’ispirazione delle stampe giapponesi, sublimando il tutto come nel ritratto di Julien Tanguy, il fornitore di colori bretone che aveva creato, nel suo negozio, anche una piccola galleria d’arte.

Proprio a Tanguy il pittore confesserà:

Vivrò sempre di più un’esistenza da pittore giapponese, che vive nella natura come un piccolo borghese.

Quando nel febbraio del 188 arrivò ad Arles vi trovò il paesaggio di ispirazione giapponese a lui congeniale:

Ho potuto scorgere dei magnifici terreni rossi coltivati a vigneti con degli sfondi di montagne del lilla più chiaro. E i paesaggi nella neve con le cime bianche sullo sfondo di un cielo luminoso come la neve, assomigliano come i paesaggi invernali dipinti dai giapponesi.

E ancora:

Voglio incominciare a dirti che il paesaggio qui mi sembra bello come il Giappone per la limpidezza dell’atmosfera e gli effetti allegri di colore, le acque fanno delle macchie di un bello smeraldo e di un blu sontuoso nei paesaggi come si vedono nei crépons giapponesi.

Ormai Van Gogh non trae più ispirazione dalle stampe giapponesi (anche se di sicuro nei suoi molteplici dipinti di iris ricorda lavori quali quelli di Hokusai), ma ha fatto suoi i principi sul colore, la composizione, la luce, la natura in un modo quasi convulso e ossessivo.

Non si potrebbe studiare l’arte giapponese, mi sembra, senza diventare molto più sereni e più felici: dobbiamo ritornare alla natura, nonostante la nostra educazione e il nostro lavoro in un mondo convenzionale. … Invidio ai giapponesi l’estrema nitidezza che tutte le cose hanno presso di loro. Nulla vi è mai noioso, né mi sembra mai fatto troppo in fretta. Il loro lavoro è semplice come respirare: essi fanno una figura mediante pochi tratti sicuri, con la stessa disinvoltura come se si trattasse di una cosa semplice quanto abbottonarsi il panciotto.

Van Gogh e l’Ikebana

In una mia conferenza al MAXXI, inerente la Scuola Sogetsu e il rapporto tra l’ikebana e l’arte, avanzai l’ipotesi (che poi discussi in una successiva conferenza con la Dott.ssa Claudia Bianconi) che Van Gogh, nel suo approfondito studio dell’arte e dei concetti giapponesi, potesse aver trovato e assimilato il concetto di wabi-sabi.

Nelle sue lettere che conosco non ve ne ho mai trovato, sinceramente, traccia, ma certa forza vitale, nei suoi dipinti di nature e fiori morti, non può nascere solo dall’aver assimilato questo concetto visivamente. E, come possiamo notare dai suoi scritti, aveva davvero studiato a fondo, per ciò che l’epoca consentiva, i concetti dell’arte e della filosofia nipponica.

Se analizziamo il suo quadro forse più celebre non vediamo che i girasoli appassiti in realtà non danno quell’idea, ma piuttosto una patina del tempo passato? Una bellezza vivifica di ciò che era tempo prima il fiore?

Il quadro presenta sfumature di cromatismi che delineano un ammasso di girasoli che vanno da freschi, a quasi secchi a esemplari che hanno perso del tutto i petali, come se Van Gogh in quel quadro volesse segnalare il passare del tempo, la bellezza di ciò che è stato, la patina del tempo che non deteriora, ma ci dà una visione diversa della bellezza in una composizione asimmetrica, con pieni e vuoti che non ha nulla dell’iconografia occidentale relativa alle nature morte.

Ammiratore da sempre delle opere del pittore olandese (ricordo che dal suo museo ad Amsterdam fui portato via a forza), una volta tentai, per una mostra, un omaggio con un mio ikebana cercando di riproporre le sue forme e colori.

Nella scuola Sogetsu ci sono molti esempi di ikebana coi girasoli che potrebbero trarre ispirazione dai lavori di Van Gogh come questi due, rispettivamente di Sofu e Hiroshi Teshigahara.

Dopo l’esperienza fallimentare della convivenza con Gauguin, Van Gogh realizzò il suo autoritratto con l’orecchio bendato in cui compariva, sullo sfondo, la stampa giapponese de la Geisha in un paesaggio di Torakiyo. Un ultimo segno legato al Giappone che sanciva la fine di un sogno.

Van Gogh nelle sue lettere non fece mai pù riferimento al Giappone, ma questi sarà ancora presente in alcuni dipinti successivi seppure la natura non sarà più luminosa e pacifica, ma tormentata, dai colori violenti come se la malattia di Van Gogh sublimasse i paesaggi come simbolo di un’unione sognata tra il pittore e l’arte giapponese.

Studiando l’arte giapponese, si vede un uomo indiscutibilmente saggio, filosofo e intelligente, che passa il suo tempo a far che? A studiare la distanza fra la terra e la luna? No; a studiare la politica di Bismarck? No; a studiare un unico filo d’erba. Ma questo unico filo d’erba lo conduce a disegnare tutte le piante, e poi le stagioni, e le grandi vie del paesaggio, e infine gli animali, e poi la figura umana. Così passa la sua vita e la sua vita è troppo breve per arrivare a tutto. Ma insomma, non è quasi una vera religione quella che ci insegnano questi giapponesi così semplici e che vivono in mezzo alla natura come se fossero essi stessi dei fiori? E non è possibile studiare l’arte giapponese, credo, senza diventare molto più gai e felici, e senza tornare alla nostra natura nonostante la nostra educazione e il nostro lavoro nel mondo della convenzione.


Per approfondire questi temi si consiglia “Impressionismo, Van Gogh e il Giappone” di Gioia Mori e “Da Van Gogh a Rilke. Come l’Occidente incontrò il Giappone” di Giorgio Sica.

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