Un europeo che entra in un giardino giapponese lo trova bello, ma sconcertante. L’occhio cerca regolarità, come farebbe in Europa, ma le regolarità non ci sono, se non di un tipo sconosciuto. L’occhio le intuisce, ma non le vede. Questo giardino è delicato ai fiori, naturalmente, e i fiori sono rinascita, sono crescita e vitalità. Ma sono anche decadenza, dissoluzione e morte. Il visitatore non lo sa, ma questo giardino è dedicato, come tutti gli altri, alla morte, alla scomparsa, alla perdita.
Un giapponese di un tempo non avrebbe avuto questo problema. Avrebbe saputo già da prima di entrare ciò che il giardino celebrava: il paesaggio del luogo d’origine del suo clan, sacralizzato da generazioni di culto degli antenati. Il giardino non è decorazione. È memoria codificata, un atto di fedeltà verso chi ci ha preceduti su questa terra.

Ma attenzione! Prima di essere un benevolo antenato, l’anima dell’estinto è un malevolo morto, roso dalla gelosia per chi ancora è vivo. Il giardino ignora i morti. È dedicato solo agli antenati, quelli che rituali attenti hanno trasformato in entità amichevoli. Il mondo non è un giardino come quelli dell’Eden.
Il simbolo più immediato degli antenati sono le pietre. Le pietre rappresentano le rocce, le rocce rappresentano le montagne, e le montagne sono in realtà gli antenati. In tutto l’Estremo Oriente si crede che agli antenati faccia piacere essere sepolti in collina, o comunque su terreno che sovrasta la casa in cui hanno vissuto, in modo da poter tenere d’occhio i propri discendenti. Con il tempo, l’antenato sale lungo la montagna, finché non diventa una stella — e la stella rappresenta un kami. Il ciclo si è completato. L’energia creativa del cosmo si era trasformata in essere umano, e ora torna alla natura in forma elementale. Questa è una delle tante ragioni per cui il tempo in Giappone è ciclico e non lineare.
I cinque elementi della cosmologia giapponese sono la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria e il ki — quell’energia primordiale che anima ogni cosa, che scende a creare un essere umano e poi risale da dove è venuta.
L’intero processo viene rappresentato in un oggetto che un europeo spesso incontra e non nota. I simboli incompresi diventano invisibili. Quell’oggetto si chiama gorintō.
Il gorintō ha percorso un lungo viaggio prima di arrivare nei giardini di Kyoto. Era nato in Nepal come stupa — un edificio che rappresentava in forma simbolica la tomba di Gautama Siddharta, il Buddha, il Maestro. Aveva una forma sferica con una punta. Quando incontrò la torre di guardia cinese, perse il corpo e la punta si allungò e si articolò in sezioni, diventando la pagoda giapponese.
Qualsiasi oggetto vediate in un giardino che non abbia una funzione chiara, che sia allungato e diviso in quattro, cinque o sei sezioni, è un simbolo di morte — come lo stupa e la pagoda da cui deriva. In un lungo viaggio di secoli, lo stupa ha perso quasi tutto e riacquistato quasi altrettanto, senza mai perdere il significato originario di celebrazione della morte.
Questo è quello che il giardino giapponese ci vuole dire. Che nascita e morte sono un ciclo di cui il culto degli antenati è parte, un rituale cui ambedue le parti partecipano.
L’essere umano viene, e tornerà al nulla.

• foto © Francesco Baldessari – riproduzione vietata •













