Farsi Natura

TAKUMI - Farsi Natura

Sin dalla notte dei tempi, il legame tra la natura e l’uomo si è esplicitato attraverso gli alberi, silenziosi compagni di viaggio ai quali l’essere umano deve praticamente tutto. Simbolo iconografico per eccellenza di Madre Natura, l’albero è stato considerato da alcune culture alla stregua di una divinità. Per il popolo giapponese, gli alberi vetusti sono la dimora dei Kodama, i Kami (spiriti divini) della natura, e tra questi, quelli particolarmente antichi vengono marcati ponendo attorno ai tronchi la corda rituale Shimenawa, proprio ad indicarne la sacralità e l’importanza. Al contrario delle culture occidentali – cristiane in particolare – quelle orientali hanno da sempre sviluppato con la natura un rapporto basato sull’armonia, sentendosi parte e non padrona di essa. 


In questo contesto, lo sviluppo del Bon-Sai ha assunto connotazioni ben più profonde e significative di quanto noi occidentali potremmo mai arrivare pienamente a capire, anzi, a sentire. Uso la parola “sentire” in modo voluto, perché l’esperienza del bonsai è qualcosa che va oltre alla sola speculazione concettuale e tecnica.

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Fare bonsai (per me!) è molto più che tecnica applicata o estetiche da seguire, ma uno stato d’animo di un’emozione in un continuo divenire. Se tolta la componente emozionale/affettiva, cosa resta dei nostri bonsai se non dei feticci da collezionisti? Sono solito dire che «per fare bonsai bisogna farsi Natura». Ciò significa che in primis l’esemplare da educare a bonsai non va mai considerato un “materiale”, ma un compagno di viaggio col quale confrontarsi costantemente per tutta la vita, ed arrivare grazie ad esso a compenetrarsi nella natura.

Lorenzo Agnoletti, attuale Presidente della Nippon Bonsai Sakka Kyookai Europe ha affermato: «Il bonsai è morto nel momento preciso in cui si è iniziato a chiamarlo materiale». Questa sua frase descrive con spietata efficacia con quanta superficialità ed inconsapevolezza la stragrande maggioranza dei (sedicenti) bonsaisti si approccino a tale arte.

“Farsi Natura” vuol dire celebrare la vita attraverso tutte le sue forme espressive, dall’eleganza alla forza, dalla vetustà alla sobrietà, il tutto nel modo più semplice ed armonioso possibile.

Il bonsai è arte del togliere, il cui massimo risultato emozionale e suggestivo lo si può raggiungere quando non c’è più nulla da eliminare; solo in questa forma essenziale il suo potere evocativo è al massimo della sua espressività.

La perfezione si ottiene non quando non c’è nient’altro da aggiungere, bensì quando non c’è più nulla da togliere.

Antoine de Saint-Exupéry

Il bonsaista non cerca semplicisticamente di imitare la natura, ma di far rivivere nel proprio bonsai la suggestione, i sentimenti e l’evocatività che si proverebbero ammirando un albero nel proprio ambiente. Il bonsai diviene mezzo – e non più fine- per fare ritorno alla Madre, a quel cordone ombelicale che l’uomo ha reciso in maniera quasi irreparabile.


Ma “farsi Natura” vuol dire anche essere in armonia con tutto ciò che ci circonda, e per fare questo bisogna rinunciare al proprio ego, abbandonare il proprio sé, vuol dire lasciare che il proprio bonsai assuma la forma che gli è naturalmente più congeniale, quella per cui possa esprimere in pieno il suo potenziale di albero. Purtroppo, quello che ho constatato da quando ho iniziato a fare bonsai, ed ancor di più da quando sono entrato in contatto col mondo associazionistico, è che l’abbandono dell’ego a favore di qualcosa di più nobile e bello, è quasi sempre utopia.

Una continua quanto immotivata battaglia nel voler imporre il proprio Io sugli altri, un voler primeggiare a tutti i costi a discapito proprio di quell’arte tanto professata a chiacchiere quanto disattesa nei fatti. Semplici appassionati autoproclamatisi Maestri dalla sera alla mattina, mostre concorso in cui i premi vengono assegnati in modo clientelare, bonsai yamadori venduti poco dopo la raccolta, logiche commerciali a dir poco fuorvianti, sono soltanto alcuni dei mali che di fatto allontanano tanti aspiranti bonsaisti che vorrebbero semplicemente godersi la propria passione, ed invece si ritrovano loro malgrado in un sistema basato su bieche logiche lucrative.

Negli ultimi anni ho potuto assistere ad un’escalation negativa per la rincorsa al premio a tutti i costi. In un tempo quale quello che stiamo vivendo, caratterizzato da una forte crisi culturale, etica, ideologica ed economica, la frustrazione del quotidiano cerca la sua rivalsa nell’affermazione dell’Io attraverso l’ottenimento del premio, il piccolo grande successo grazie al quale annullare – seppure per un breve momento – le consuete delusioni alzando al cielo il trofeo tanto ambito.

Ma a questo si sarebbe ridotta quell’arte fine giapponese che risponde al nome di bonsai? In quale categoria di premio dovremmo trovare quella sublime effimera bellezza tanto amata dai giapponesi? Dove trovare il senso di quei canoni estetici che rispondono al nome di wabi, sabi, mono no aware, yugen, ecc. ecc.?

Che sia il momento giusto per fermare questa macchina impazzita e che si ritorni con serenità a considerare cosa l’arte bonsai rappresenti? Io auspico di sì, non è mai troppo tardi per tornare indietro.

Il grande Maestro John Yoshio Naka affermava che il bonsai è un simbolo di amore e di pace universale: «Non ci sono confini nel bonsai. La colomba della pace vola a palazzo come all’umile casa, dai giovani come ai vecchi, dai ricchi come ai poveri. Così fa lo spirito dei bonsai».

“Fare bonsai” vuol dire intraprendere un viaggio senza arrivo, accompagnando quest’importante essere vivente che sopravviverà a noi. Vuol dire riappropriarsi del sano fluire del tempo, non più scandito e fagocitato dai mille impegni di cui ci facciamo più o meno inconsapevolmente carico, ma basato sul concetto del presente, del “qui ed ora”, Hic et Nunc, di quella dimensione temporale che dà senso al nostro vivere facendoci porre la giusta attenzione anche ai più apparentemente piccoli particolari. Vuol dire resettare la propria esistenza impostandola su diversi parametri. Il coltivare un bonsai, ci suggerisce quanto sia importante prenderci cura di noi stessi attraverso gli altri. Non ci si può star bene se l’ambiente che ci circonda non favorisce il nostro sviluppo.

Il bonsai è un essere vivente, potenzialmente millenario, ciononostante ha bisogno delle attente cure dell’uomo per poter vivere. È curioso come tra il bonsaista ed il bonsai possa instaurarsi una relazione concettualmente e materialmente simbiotica, ove ognuno ha bisogno dell’altro per crescere e svilupparsi. In tale biunivocità capiamo quanto fugace ed impermanente possa essere la nostra vita, ed in questo relativismo esistenziale comprendiamo che (forse) il senso di tutto è nei legami che creiamo non solo con le persone che fanno parte della nostra vita, ma con tutto ciò che ci circonda.

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